Teleradio Metropoli, identità sonore e memorie radiofoniche

Ascoltando Teleradio Metropoli di Margine Operativo e Mondocane, ci perdiamo fra i suoni della radio, la voce di Andrea Cota e i ricordi legati alla radio.

foto Carolina Farina

Che rumore fa un festival? Come interviene nel paesaggio sonoro di una piazza? Siamo a Largo Spartaco durante il festival Attraversamenti Multipli, parliamo ma non si capisce bene e questa volta non dipende del tutto dalla nostra non completa, in crescita, conoscenza della lingua italiana. Attorno a noi la musica, gli applausi, i passi, le biciclette, i campanelli, le chiacchiere. Tutti suoni che rimangono circoscritti in parole che non bastano a rappresentarli se non ci aiutiamo con la tecnologia per registrarli. Facciamo silenzio..ci lasciamo trasportare da ciò che ci circonda per qualche istante.

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Se avete ascoltato – se no, tornate su e fatelo –, se ad occhi chiusi provate a trasportarvi nel mezzo di Largo Spartaco e a rimanere lì, sentirete un suono speciale; a volte è una voce di sottofondo che racconta la storia dietro ogni spettacolo, altre il lancio di una hit radio del momento o degli anni passati, altre volte un dialogo con gli artisti in programma o con qualche spettatore più curioso, o anche solo un silenzio aspettando l’inizio o la fine di una performance. È il suono di Teleradio Metropoli, ancor prima di mettere piede in piazza, la musica e le voci si possono già sentire. 

Ne abbiamo parlato con Andrea Cota | MondoCane speaker quest’anno di Teleradio Metropoli (nell’edizione 2020 ai microfoni della radio c’erano Simone Giustinelli e Stefano Patti de L’ultimo nastro di Krapp), musicista, produttore e DJ che dal 2007 collabora con Margine Operativo come compositore e musicista di scena per diversi spettacoli teatrali. Quest’anno con Margine Operativo dà voce a quell’organismo ibrido e mutante, un incrocio tra una performance, una installazione, una trasmissione radiotelevisiva live con i contributi video di Pako Graziani che risponde al nome di Teleradio Metropoli.

foto Carolina Farina

Julio Ricardo: «Andrea, ci racconti Teleradio Metropoli?»

Andrea Cota: «Teleradio Metropoli è un progetto di Margine Operativo che va avanti da tanti anni. È nato come una voce della metropoli in luoghi di passaggio non convenzionali, inizialmente nelle stazioni della metropolitana e poi è confluita in questo festival. E quindi è un una radio per dare voce dove succedono cose, si alternano performance, installazioni, danza, le sperimentazioni di Margine Operativo».

Julio Ricardo: «Come possiamo definire questa particolare esperienza di radio come mezzo di diffusione del festival?»

Andrea Cota: «Diciamo che non è una vera e propria radio, per come la si intende classicamente. La chiamiamo radio perché è lo stile a essere radiofonico. Noi non andiamo in onda da altre parti se non nel luogo dove stiamo in quel momento e quindi potremmo dire che è una instant radio».

Julio Ricardo: «Cosa permette di fare una radio in una realtà come quella di Attraversamenti Multipli?»

Andrea Cota: « La radio ti permette di creare un’identità sonora del festival, ti dà la possibilità di ricordare gli appuntamenti del programma e di intervistarne i protagonisti; più o meno questo è lo stile, è dare calore, scaldare la situazione. Per cui magari i festival, sai nei momenti morti tra uno spettacolo e un altro – soprattutto in festival di questo genere, con operazioni un po’ più sperimentali –, spesso possono lasciare magari un pubblico più generalista con l’occhio sgranato; invece con una voce, una radio, una persona che un po’ ti guida, ti racconta, alleggerisce dei momenti, diventa tutto un po’ più caldo».

Julio Ricardo: «Infatti non ci sono tempi morti, ci siete voi per alleggerire l’atmosfera».

Andrea Cota: «Esatto. E per amalgamare anche il tutto. Questa è l’idea».

foto Carolina Farina

Quando salutiamo Andrea ci ritroviamo seduti in cerchio, continuiamo a parlare, intanto Teleradio Metropoli è accesa sulla piazza e ognuno di noi ritrova in quell’ascolto collettivo una memoria sonora, un’immagine.
Ali Jubran (Libia) La Libia ha conosciuto la radio alla fine dell’epoca Italiana. C’era una stazione di nome Radio Tripoli che andava in onda in diretta. Mandava i grandi cantanti popolari. Avere una radio in Libia era molto raro. C’era un bar o un club in ogni zona dove le persone si riunivano per ascoltare la radio finché non si è diffusa la televisione e l’internet, ma nella mia famiglia amiamo molto la radio e così abbiamo continuato ad ascoltarla. La ascoltiamo la mattina quando si sistema la casa o quando si beve il caffè la sera o quando vado a lavoro ascolto sempre la radio. Quello che mi piace della radio è che sento che c’è una comunicazione diretta tra le persone e lo speaker, c’è qualcosa che ci unisce.
Chiara Cecchini (Italia) Se penso alla radio come apparecchio fisico penso alla radio della macchina, e se ricollego la radio della macchina all’infanzia penso alle fiabe sonore che sentivamo sempre con mia sorella, mio papà. C’era la canzoncina iniziale e tutte le storie. La radio per me era quella. Papà doveva assolutamente spegnere Radio Maria, che era una radio religiosa, di preghiere, e noi sentivamo le fiabe. Poi invece crescendo, la radio – sempre legata alla macchina, perché non l’ho mai usata o vista come apparecchio fuori, tranne a casa di miei nonni, ma non si usava – quando sono cresciuta il passaggio successivo è stato quando ho iniziato a guidarla, quindi per me la radio era poter scegliere io la musica che volevo ascoltare, e diventava più esperienziale. Guidare per me dà sempre un senso di libertà, quando guido da sola. La radio che ascolto di più è Subasio o Virgin Radio, perché fanno molte canzoni vecchie e mi piace di più rispetto alle radio commerciali.

foto Carolina Farina

Jack Spittle (USA) Quando penso alla Radio penso ai sabato mattina da bambino, a scendere le scale di legno, entrare in cucina all’odore di caffè e pancake. Sulla Radio a quell’ora c’era sempre Car Talk, un programma nazionale dove le persone chiamavano e raccontavano a due fratelli meccanici di Boston i problemi delle loro macchine, e i fratelli poi cercavano di risolvere i problemi a voce. Come ha potuto un programma del genere acchiappare per più di vent’anni così tante persone, anche i bambini come me? Perché era solo una facciata questo contenitore. Non lo ascoltavamo per le macchine, ascoltavamo per la simpatia e la simbiosi che riuscivano gli speaker a trasmettere. Erano un Idra questi, due bocche dello stesso essere. Auto-ironici da morire, spesso si perdevano nelle risate, oppure li potevi immaginare saltare su dalle loro sedie, rapiti dalla gioia di vivere. Tutto con questo accento fortissimo bostoniano, che a me bambino portava lontano da dove stavo. Poi sì, avevano una competenza tecnica stratosferica, e amavano le macchine, ma non si limitavano alla tecnica, divagavano costantemente con teorie psicologiche, con racconti, con memorie, e poi, davanti alla meraviglia – “perché l’acceleratore fa andare i tergicristalli?” – non facevano altro che ridere.

Julio Ricardo (Cuba) Mi ricordo che ascoltavo radio spesso nelle serate, dopo le 20.30 tutti giorni, il piccolo vantaggio della radio a Cuba è che non devi perdere tempo con le pubblicità, non esistono proprio. Solo senti le notizie o la musica dal mondo, o della propaganda “democratica”. Ricordo perfettamente Radio Angulo con Parada Nocturna – che significa fermata della sera – che iniziava con del Rock degli anni 80-90 e finiva con la musica Top Hits dal mundo e da Cuba.

Zara Kian (Iran) Quando sento la Radio, viaggio nella mia nostalgia, al venerdì mattina, allo svegliarmi con il suono del programma Buongiorno Iran. Alla colazione con la mia famiglia, profumo del tè e pane fresco. Mi ricordo ascoltare le storie di Venerdì a Mezzogiorno, e la storia della notte alle nove ogni sera, e la ninna nanna notturna con cui ho dormito ubriaca. Uno dei regali più preziosi che ho ricevuto da adolescente era una piccola Radio tascabile.

foto Carolina Farina

Zakaria Mohamed Ali (Somalia) Per me ascoltare la radio significa immaginare e vedere delle cose contemporaneamente. Mentre la radio si trova dall’altra parte della città, paese o del mondo, riesci a essere lì vicino. A Mogadiscio, ho lavorato come giornalista in radio e prima di iniziare a lavorare partecipavo come ascoltatore al programma Muqdisho iyo Maanta, che significa “Oggi e Mogadiscio”, sulla radio CapitalVoice (in Somalo codka caasimada). Gli ascoltatori raccontavano come hanno dormito nel quartiere, e durante il caffè mattutino cosa stesse accadendo. Ascoltare e seguire, aiutare a riflettere senza discutere con nessuno.

Matteo Polimanti (Italia) RAI Radio 2...riesce sempre a farti ragionare su quello che accade nel mondo, però anche a farti ridere nello stesso momento… in tempi pre-covid, organizzavano una festa dove finalmente si vedevano le facce degli speaker, fra spettacoli, presentazioni di libri, concerti…c’era un po’ di tutto … era molto bello.

Nour Zarafi (Tunisia) Le radio in Tunisia sono regionali, le frequenze funzionano a regioni, il mio rapporto con la radio é: dove mi trovo ascolto, sempre nella fascia mattutina, appena sveglio, caffè e radio. Quello che mi ricordo molto bene sono le voci da Jawhara FM… sono quattro speaker, con voci molto particolari.

Naiva Mbongobou (Congo) Su Radio Congo parlano della cultura, c’erano tempi musicali, notizie politiche e economiche…l’ho scoperta grazie a mio padre.

Ornella Maggiulli (Italia) Mi piace Radio RAI Classica, perché mi fa scoprire e capire qualcosa di più della musica classica e antica, per immedesimarmi in quello che ascoltavano tanti anni fa. La ascolto mentre lavoro perché mi rilassa.

Invitiamo a condividere con noi RE.M nei commenti dell’ articolo, le vostre memorie di radio. Se c’è una storia dietro, siamo felici di sentirla.

Jack Spittle, Julio Ricardo

RE.M

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