Alla luce delle parole di Militant A. La comunità che si riscopre

Una voce dal pubblico di La parola è la mia arma di Militant A e Alessandro Pieravanti. Contributo di Lapo Vannini, spettatore

foto Carolina Farina

Nel 2018, all’inizio dell’esperienze delle Redazioni Meticce al festival Attraversamenti Multipli, creammo la rubrica “sconfinamenti linguistici”. All’inizio provavamo a fermare le persone che passavano per Largo Spartaco durante il festival, spettatori, e chiedevamo loro di leggere il programma degli spettacoli del giorno dopo in una lingua molto lontana dall’italiano ma che si parla anche per le strade di Roma. Quella rubrica ha avuto poi lunga vita, ma il primo giorno ancora provavamo emozionati a capire cosa ci avrebbero risposto le persone che fermavamo. Una delle primissime persone che fermammo fu Lapo Vannini. Ancora non sapevo che oltre a essere uno degli abitanti del Quadraro e spettatore del festival,  fosse uno degli educatori, insegnante di italiano per stranieri, con i quali mi sarei incrociato negli anni successivi. Quel giorno Lapo ci disse di sì, leggendo in lingua mandinka il programma di quel 16 settembre 2018. (qui, il video Attraversamenti Multipli in lingua mandinka)
Anche quest’anno incontriamo Lapo a Largo Spartaco. Lo incontriamo la sera che Militant A di Assalti Frontali e Alessandro Pieravanti di Muro Del Canto parlano alla piazza nel concerto spettacolo La parola è la mia arma. Il giorno dopo vedo un post sulla pagina Facebook di Lapo che riprende le parole di Militant A, e allora chiedo a Lapo di provare ad ampliare il post e a distanza di quattro anni da quel settembre 2018, lo ospitiamo nuovamente sul blog del festival; anche stavolta con l’arma delle parole generate da Attraversamenti Multipli.
Luca Lòtano

 

foto Carolina Farina

A volte mi sembra di percepire nei comportamenti delle persone un senso di solitudine sottaciuto e in buona parte non manifesto, ma non riesco a valutare quanto ciò sia frutto della mia immaginazione o un dato reale. Quella che intendo non è una solitudine per mancanza di rapporti sociali o perché non si abbiano legami affettivi, è più una solitudine di smarrimento di senso.

Come se, arrivati a un certo punto del sentiero, la segnaletica di base venisse meno e la strada fosse perduta. Sentirsi parte di un movimento politico, una comunità religiosa, di un gruppo di amici o di lavoro, è di grande supporto, ma esiste anche un fuori da quel contesto e la serenità è necessaria anche lì. Militant A ha iniziato il suo intervento al festival di Attraversamenti Multipli al Quadraro, spiegando che non ci salveranno i Draghi, le Gelmini o le istituzioni in genere: «siamo noi che dobbiamo salvarci, costruendo comunità».

Ho sentito subito la qualità e il valore che quella frase assumeva in quella cornice. Militant A porta il rap nelle scuole, è uno dei conduttori del laboratorio rap di Matemù Cies e costruire una comunità di apprendimento è l’obiettivo di quegli educatori che hanno capito quanto sia importante il gruppo e la cooperazione nei processi di formazione. Niente di sorprendente in questo, tutte cose che conosciamo già e che molti mettono in pratica. Far parte di una comunità è un passaggio nella ricerca della felicità, ma come si costruisce una collettività più ampia in un quartiere già composto di tante piccole comunità, magari arroccate o chiuse fra loro? Come superare la competizione, la classificazione in categorie contrapposte cui siamo indotti?

foto Carolina Farina

I bambini lo fanno già, loro vivono tutto in modo molto più naturale, ma da adulti facciamo fatica a liberarci delle nostre convinzioni e avvicinarci di più all’altro, comprendendolo nella nostra sfera emotiva e relazionale, accettandolo per come è, con le sue differenze e le sue certezze così diverse dalle nostre.

Partendo dalla suggestione di quella sera mi viene da pensare che un lavoro urgente da svolgere sia quello di mettere in rete le diverse comunità che attraversano un quartiere, lavorare sulle differenze, provare a argomentarle, aumentare la partecipazione e il confronto di quante più persone possibile.

Trovare una sintesi sostenibile per avere un maggior peso nelle decisioni di interesse comune. Il benessere di un quartiere e di una città andrebbe misurato anche dalla capacità delle diverse comunità che lo abitano di entrare in relazione fra loro, di creare occasioni di incontro e affrontare sfide comuni cercando insieme le soluzioni. Si tratta di democrazia, ma anche semplicemente di ascolto e accoglienza. Laddove ci interessi agire come cittadini attivi questo lavoro di mediazione ci spetta.

Da qualche anno a settembre a Largo Spartaco durante Attraversamenti Multipli succede qualcosa: finite le vacanze estive, riaperte le scuole, le diverse comunità attraversano la piazza: chi perché la abita, chi perché ci arriva per caso, chi perché è interessato a quel che vi avviene. Una parte del quartiere si ritrova, suo malgrado, in quella piazza, all’inizio di un nuovo ciclo invernale. Così accade che le persone si incontrano, si salutano, scambiano due parole, guardano o non guardano quello che succede al centro dello spazio e in qualche modo, più o meno consapevolmente (o semplicemente forse), si riconoscono in una comunità.

È un input, una scintilla, una goccia nel mare come si dice in questi casi, ma è già un’azione. Per poi trovare fili da agganciare a altri percorsi simili per dargli continuità.

Lapo Vannini

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