Sul confine. Tra ironia e tristezza con Ascanio Celestini. Intervista

Il Nostro domani di Ascanio Celestini ha aperto la diciottesima edizione di Attraversamenti Multipli. 

Poco prima de “Il nostro domani”_foto Umberto Tati

«Quello che mi ha colpito de Il nostro domani è lo stile del parlare, l’ironia di un discorso triste che però fa ridere le persone». Mi dice Mahamadou Kara Traore mentre riascoltiamo l’intervista fatta la sera prima ad Ascanio Celestini e intorno a noi Largo Spartaco si prepara al circo di strada dei Nani Rossi. C’è ancora il sole, è domenica pomeriggio. Mi sembra di scorgere allora, da ciò che dicono, un confine individuato dai ragazzi in quello che Ascanio Celestini ha messo in scena sabato sera con Il nostro domani: quello tra l’amarezza più profonda del nostro tempo, e l’ironia. «Si, se penso a Celestini lo penso sul confine tra tristezza e ironia» conferma Maki. E se immaginate Celestini fisicamente su questo confine, come lo vedete? Da quale parte aveva i piedi ieri durante lo spettacolo?
Hafiz Hesan Maki: «Per me aveva un piede nella tristezza e un piede nell’ironia».
Mahamadou Kara Traore: «Per me aveva tutti e due i piedi nella tristezza e la bocca sull’ironia».

Poi schiacciamo play e riascoltiamo quello che ci siamo detti la sera prima, insieme a discorsi su Mare Nostrum, i centri in Libia, Salvini, la destra e la sinistra, i cinque stelle, i ministri, i governatori e le decisioni. In una piazza gremita di gente, in sei, seduti intorno ad Ascanio Celestini dopo aver ascoltato da lui la storia di Davide Bifolco, il ragazzo di 16 anni ucciso a Napoli; e subito dopo una sul tema della violenza; poi su come reagisce la destra, e la sinistra a un rubinetto che goccia; e al centro la storia di un padrone che fa il suo discorso e che prende in giro questi “compagni”, da politico populista, «compagni, voi avevate capito tutto ma avete dimenticato tutto».

Questo modo di parlare che hai, veloce, con così tante storie insieme, perché? chiede Alagie Camara.

Sono frammenti di immagini della società nella quale viviamo. Durante questo spettacolo andiamo avanti come in un concerto. E quando racconto delle storie spesso mi interessa più il linguaggio; ritengo che a volte racconti molto di più il linguaggio che non il contenuto della storia. Nel caso delle interviste, ad esempio, mi interessa molto utilizzare le parole che ho registrato. Perché in quelle parole lì c’è un punto di vista molto più forte rispetto a quello che potrei avere io inventandola, proprio nelle parole che certe persone dicono. Così nella storia del padrone mi interessa questo populismo, questa falso apprezzamento nei confronti del popolo che mi sembra proprio di questi ultimi anni.

foto Carolina Farina

 Cosa significa raccontare una storia in una piazza? Chiede Hafiz Hesan Maki

Quando stai in piazza e c’è attenzione è una bella sensazione perché si toglie un po’ di finzione al teatro, il teatro diventa un pochino più vero, diventa più vera la relazione. E poi per me questo quartiere è quello dove ha vissuto mio padre, io ho scritto tante cose su questo quartiere del quale mio padre racconta molte storie. Lui abitava a cento metri da qui. Non è neanche come stare a casa, è come stare nelle storie di mio padre.

La società è cambiata molto negli ultimi anni, quanto sta entrando il presente nelle tue storie?
Nei primi anni del mio lavoro mi sono occupato di storie del passato, perché mi sembrava che fossero storie chiuse, con un finale, erano comprensibili e mi sembravano un buon strumento per guardarsi attorno. Però mi sono accorto che nel raccontare queste storie del passato poteva esserci un grande fraintendimento. Allora ho cominciato sempre più a raccontare del presente, e mi sono reso conto che la gente non vuole che gli racconti quello che gli sta succedendo. Trovo che sia comunque più affascinante parlare del passato, però allo stesso tempo che c’è un urgenza anche linguistica di parlare del presente. Non dico soltanto dei problemi contingenti, ma cercare di parlare la lingua che parliamo adesso. Anche se magari è imprecisa e diventa vecchia rapidamente. Nel racconto della gocci,a per dire, le prime volte c’era uno di sinistra, uno di destra e un sindacalista, poi però facendolo ora ci siamo resi conto che il movimento 5 stelle mancava e allora piano piano ci siamo arrivati. Lo so che il rischo è che magari dopo dieci anni non si capiscono più certe cose, però penso che valga la pena provare raccontarlo, il presente, e utilizzando le sue parole.

Alagie Camara, Mahamadou Kara Traore, Hafiz Ehsan Maki, Nouhan Keita, Luca Lòtano

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