A tavola con MK. Giuda e il tempo dell’artista

Seduti al tavolo di Biagio Caravano e Michele Di Stefano dopo la performance Giuda, parliamo di corpo, di tradimento e di rituale.

Libasse Loum: «Giuda è uno spettacolo sul rito che sta prima dell’azione. Volevo sapere qual è il tuo rituale preparatorio allo spettacolo».

Biagio Caravano: «Io prima di fare uno spettacolo non faccio quasi nulla; sono convinto che il corpo di per sé contenga già tutta l’informazione necessaria affinché possa esistere in uno spettacolo, nel luogo in cui si esibisce. Ho costruito il mio corpo in questi anni con molta pratica, tecnica, creando un linguaggio specifico e questo mi ha permesso nel tempo di pensare un corpo già pronto; e siccome il corpo è molto più intelligente della testa, quando lo metti in una condizione di apertura riesce a ricevere tutta l’informazione necessaria. Questo spettacolo in particolare ha un suo rituale attraverso il quale il corpo può riconoscersi; io non faccio altro che mettermi a disposizione di quel progetto e fare emergere tutta la problematica: il rapporto con la figura di Giuda. La danza stessa di per sé è un rituale perché lavora su un processo che mette il corpo in una condizione di esaltazione; porta il corpo più in alto rispetto al livello di percezione dello spazio, del tempo e delle questioni che lavori. Lo porti su, come i Dervisci che girano giorni e giorni per mettere in comunicazione il cielo con la terra. Il corpo diventa un tramite attraverso il quale puoi parlare e dire delle cose. Per innescare quel meccanismo io ci metto pochissimo, ho imparato nel tempo come lasciare andare il corpo per cui non ho più la necessità di costruire dentro di me un riscaldamento; mi basta immergermi dentro un paesaggio. Già quando entri in scena hai tutto un apparato scenico che contribuisce a creare una situazione, quindi non faccio altro che stare lì a guardare ed entrare in continuo rapporto con le cose; ogni rapporto, con gli oggetti di scena, con il tempo, con la musica, contribuisce a costruire il tuo corpo».

foto Carolina Farina

Michele Di Stefano: «Quando un atleta deve fare il salto in alto, passa ore e ore a percorrere quei sette passi, quello slancio, ha nella sua testa esattamente l’immagine del suo corpo e di come cade dall’altra parte, perché lo ripete in continuazione. E ciò che lega un danzatore a un atleta è proprio questo: il performer arriva con tutte le sue immagini nella mente. Eppure questo spettacolo insiste sul fatto che quell’immagine che tu pensi, non funziona più, perché sei costretto a inserirti poi nel tempo».

Alagie Camara: «Perché avete pensato di far indossare le cuffie agli spettatori?»

Michele Di Stefano: «Perché il suono ha la capacità di far percepire dei piccoli dettagli, riesce a isolare l’immagine di un soldatino dentro uno spazio infinito di rumori di battaglia, per cui cambia il punto di vista su quello che vedi. Anche se c’è in scena un ragazzo che spruzza un soldatino con l’acqua, vedi una battaglia. E poi il rapporto con la cuffia è un rapporto intimo, Giuda è da solo e ogni spettatore è da solo in questa relazione, non è uno spettacolo collettivo, è uno spettacolo che tu guardi da solo e sei uno a uno».

Biagio Caravano: «Il suono delle volte distorce quello che stai guardando; in un certo punto combacia e poi all’improviso ti rendi conto che non combacia più, e che il suono magari ti riporta all’immagine precedente mentre qualcosa è già cambiato e tu sei fermo a quel tempo. Magari su un altro piano che scorre Giuda sta andando da un’altra parte , c’è anche questa idea di scollamento dalla realtà».

foto Carolina Farina

Libasse Loum: «Come riesci a capire cosa fare al momento giusto?»

Biagio Caravano: «Io non sento niente, sto nel silenzio, mentre voi indossate le cuffie e sentite i suoni per me è il solo cronometro a legarmi al tempo. Ho degli appuntamenti che combaciano spesso con un suono che voi ascoltate. Ed è proprio lì il conflitto con Giuda: tu sei lì a scorrere il tuo tempo, ma in realtà questo viene completamente barattato, messo a repentaglio, perché c’è una partitura con la quale tu devi combaciare. Questo è il conflitto che porta Giuda sempre più in profondità».

Michele Di Stefano: «Poi se durante lo spettacolo ti togli le cuffie, capisci, vedi Giuda muoversi nel nulla, nella realtà più nera, mentre noi siamo dentro un film; e capisci il dramma del danzatore, dell’attore che è lo stesso dramma di Giuda, perché Giuda sa che deve fare quell’azione, non può tirarsi indietro, è stato deciso e lui dovrà farla per forza, e un danzatore deve fare lo stesso.

Luca Lòtano: «Giuda si sta preparando a un tradimento, lo sa dall’inizio, e un artista invece cosa tradisce?»

Michele Di Stefano: «Un artista tradisce lo spettacolo perfetto, che non avverrà mai».

 

Libasse Lou, Alagie Camara, Luca Lòtano

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