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#AttraversamentiMultipli Day 3 : QUI ED ORA | La prima stanza _ Bare necessities…

C’è un bambino dai boccoli d’oro all’ingresso della piccola sala ricavata per l’occasione dello studio La prima stanza, regia di Silvia Gribaudi. Siamo a Centrale Preneste. Lui, deduco dopo, è figlio certamente di una conoscente/amica delle attrici. In piena età del: “perché?”. E’ una delle mie chiavi di lettura, durante la visione, per le domande che mi pongo sullo spettacolo, ancora aperto e in lavorazione.

Lo spazio in cui si entra è piuttosto spoglio, non molto accogliente, fatto in casa. Poche file di sedie, dei posti di fronte per chi vuole sedere a terra, qualche metro quadrato per l’azione scenica, sul cui sfondo si staglia una porta bianca. Fatto in casa, dicevo, un po’ come questo festival, che per la prima volta mi accingo a seguire e che si presenta come giovanile, aperto, un trampolino di visione, di lancio – che, mia prima impressione, ospita un pubblico ben familiare, fin troppo forse, di persone dell’ambiente, che si ritrovano, che cercano, forse (ma cosa?).

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Tre corpi nudi, veri – masse corporee vive e non censurate, oneste e ben diverse dai corpi pubblicati ogni giorno in copertina – sono volutamente messi in evidenza: reggiseno, mutande, e delle scarpe coi tacchi che sembrano aspettarle ai bordi della scena. All’ingresso del pubblico, le tre attrici si muovono nello spazio, osservano e accolgono gli spettatori sorridendo un po’ sardoniche, giocando al non-spettacolo, in una sorta di informalità che, vista la situazione, è a tutta prima spiazzante. Un po’ di faccia tosta – è reale, è una maschera? Il gioco comincia subito – all’inizio provo un disagio di fondo, un po’ di perplessità, mi aspetto uno dei soliti spettacoli cosiddetti “contemporanei” da cui esci piuttosto indifferente con un punto interrogativo sul volto. Ma nel gioco si scivola, in realtà, senza quasi rendersene conto, poco dopo.

Parte una catena di montaggio: un’attrice passa un dischetto di cotone bagnato all’attrice al fianco, quest’ultima alla terza, che si inumidisce il volto e getta il dischetto platealmente nello spazio. L’azione viene ripetuta, freneticamente, senza senso apparente. Il bambino al mio fianco reagisce con un: “ma perché lo getta via?!”. E qui lo slittamento. Nell’assurdità della situazione, la prima attrice si toglie la cuffietta viola dalla testa e tenta con questa il recupero al volo dei dischetti – una sorta di cuffietta-canestro. La situazione ci fa l’occhiolino e diviene comica. Scacco. A un certo punto realizzo che ci sto, a questo gioco… ci sanno fare. L’informalità, la percezione di un lavoro apparentemente non rifinito, volutamente sporco, nasconde una forma, un’estetica. Le attrici ci stanno portando da qualche parte, sanno dove stanno andando, cosa stanno facendo – ma dove, dove ci stanno portando?

C’è uno spazio segreto nella tua casa? Questo l’incipit visivo proiettato sulla porta bianca sullo sfondo dello spazio scenico.

La casa. L’elemento della voce, del racconto, dello spaccato di vita, parziale, quasi flash visivo, si inserisce in un panorama, letteralmente, fisico. La storia di una casa, dello sfratto, del ritorno con i bambini a casa della madre a quarant’anni. Quella del: “Ci si sposta anche per amore – poi magari l’amore non c’è più, ma insomma, ci si sposta”. Le scatole, i traslochi, il figlio – già, dov’è il figlio? Forse in scatola anche lui. E i vestiti? In scatola? Beh, allora si rimane in mutande. Detto da un’attrice in mutande, la situazione paradossale che si viene a creare ha del geniale.

Si sembra dire, chiedere: questa necessità di un posto… siamo sicuri che sia effettivamente necessario, avere una casa? Le nude necessità, quali sono? Un sentore di disagio: sembra che questi corpi forti, massicci, onesti, veri, quotidiani, abbiano la forza di resistere alle difficoltà della vita – ma c’è quest’odore di precarietà nell’aria, questa sensazione che si stiano autoconvincendo della loro forza – che in realtà ci sia vulnerabilità, fragilità. Spiazzante. Continua a baluginarmi nella mente l’espressione: rimanere in mutande. Mi dico: chi l’avrebbe detto, con tanti spettacoli di danza contemporanea in culottes che si vedono ormai in ogni stagione ufficiale e non…?

Due, tre sequenze fisiche, rimangono impresse.

La prima: la regola implicita è che, se è teatro fisico, si usa dichiaratamente, visivamente il corpo; e allora le attrici cominciano a scendere verso terra con la colonna vertebrale per poi risalire, il tutto in maniera apparentemente scomposta – una di loro, dopo minuti, si incarta, mostra fiatone e affaticamento (ah! ci stiamo distruggendo da settimane con questa cosa della schiena qui! una fatica!), chiede una bottiglietta d’acqua al pubblico, ed è il come lo chiede, con il sorriso, vulnerabile ma con forza, onestà, a funzionare. Ottiene l’acqua, e nel bere ne versa scompostamente sul pavimento vicino al pubblico. Autoironia sulla fisicità.

La seconda: ancora, giocata sulla ripetizione, sul ritmo sincopato, una caduta all’indietro – l’attrice misura lo spazio e ripetutamente sposta il baricentro in avanti, la testa indietro, mentre una delle compagne la recupera prima che cada a terra, sorreggendole il collo, e la porta a risalire. E’ un rilascio, un abbandono gioioso, lei ride con gioia, ancora una volta si percepisce vulnerabilità e forza, il sorriso è contagioso. Al termine della scena, resta abbandonata sul pavimento. Il bambino chiede: “perché è a terra?”. Con un po’ di non-comprensione, ma, mi sembra di capire, anche con un po’ di apprensione…

La terza, sul finale: si tratta qui di un lungo racconto verbale, anche questo volutamente sporco (non si sente tutto e non ha importanza, si sente rumore di passi sul pavimento e non ha importanza, sembra che le tre attrici, sotto sotto, ci dicano: tecnicismi! Non ci interessano. C’è una maestria, nella composizione del lavoro, ma al contempo si evita la maestria standard, quasi la si nega). Si tratta di un racconto catartico che è trascinato dal movimento rotatorio indotto da una delle attrici che manipola la massa corporea, il corpo reale, dell’altra. La voce, il testo escono legati ad un corpo che gira e non pensa, non è pensieroso, ma che è in azione, che vortica, come i pensieri e come vorticosa è la precarietà.

Alla fine dello spettacolo, sono a fianco al bambino a cui vien chiesto se gli sia piaciuto – risponde di sì. Si vede che qualcosa ha funzionato.

Nell’autoironia, palese, respirata nel lavoro, esco divertita da questi scambi fra madre e figlio. Lui, della nudità, non ha fatto cenno. Alla proiezione di un video delle tre attrici, ancora una volta in mutande, reggiseno e tacchi, girato in un supermercato, ha chiesto, come più volte nel corso dello spettacolo: “cosa fanno?!”. La risposta della madre è stata: fanno la spesa.

S.

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